Non ho scelto il mio nome. È stato lui a trovare me
- Magico Bonny
- 21 apr
- Tempo di lettura: 2 min
Aggiornamento: 6 mag
Non ho scelto il mio nome magico. È lui che, in qualche modo, ha scelto me.
È successo senza cerimonie, senza un momento preciso da segnare sul calendario. All’inizio c’era solo “Bonny”, un riflesso naturale del mio cognome, qualcosa di familiare, quasi inevitabile. Ma mancava ancora qualcosa. Mancava l’anima.
Poi, un giorno qualsiasi, uno di quelli che sembrano insignificanti finché non li guardi indietro, un compagno di calcio mi mise tra le mani un libro: Il tassista di Maradona. Dentro c’era una storia che non parlava solo di calcio. Parlava di leggenda. Di istinto. Di magia.
Il protagonista era Jorge “Magico” Gonzalez.
Un giocatore fuori da ogni schema. Geniale. Imprendibile. Uno di quelli che non si spiegano: si guardano, si subiscono, si ricordano. Lo chiamavano “Magico” non per caso, ma perché faceva accadere cose che gli altri non riuscivano nemmeno a immaginare.
Quel nome mi rimase dentro.
Qualche settimana dopo mi ritrovai in Andalusia. Viaggio leggero, testa libera, ma con quella parola che continuava a girarmi in testa: Magico. E così, quasi per istinto, presi un treno e andai a Cadice. La città dove Gonzalez aveva lasciato il segno.
Entrai in un bar.
Non uno qualsiasi. Uno di quelli vissuti davvero. Legno consumato, aria densa, odore di sigari e racconti vecchi di decenni. Le pareti parlavano di calcio, di partite impossibili, di eroi imperfetti.
Mi avvicinai al bancone e feci una domanda semplice:“Perché Gonzalez è ricordato ancora oggi?”
Il barista mi guardò. Sorrise appena, come se quella domanda l’avesse sentita mille volte e ogni volta fosse un piacere rispondere.

“Perché il mago,” disse, “è colui che possiede la magia. Ma magico…”fece una pausa, lasciando che le parole prendessero peso,“…magico è colui che la regala.”
In quel momento capii tutto.
Non era solo un nome. Era una responsabilità. Un modo di stare al mondo. Non trattenere la magia, ma diffonderla. Lasciarla agli altri.
Quando arrivò il momento di scegliere il mio nome da prestigiatore, non ci fu alcun dubbio.Non fu una decisione.Fu un ritorno.
Magico Bonny
Anni dopo, quando ormai quel nome era diventato parte di me, successe qualcosa che mi fece venire i brividi.
Ero in palestra. Allenamento normale, routine, niente di speciale. Indossavo una maglietta con scritto “Magico”. Un ragazzo mi si avvicina, mi guarda e mi fa:
“Perché indossi la maglietta del Magico?”
Mi fermo. Lo fisso. Sorrido.
“Come lo conosci?” gli chiedo.
E lui, senza esitazione:“Sono di Cadice. Non pensavo che anche qui in Italia lo conosceste.”
In quel momento il tempo si chiuse su sé stesso.
Cadice. Il bar. Il libro. Quel viaggio. Quel nome.
Tutto collegato.
E così, in mezzo a una palestra qualsiasi, ho raccontato la mia storia. Di come un regalo casuale, un viaggio improvviso e una frase sentita al bancone di un bar abbiano costruito qualcosa di molto più grande di un semplice nome.
Perché a volte la magia non è nel trucco.
È nei fili invisibili che legano gli eventi. È nelle coincidenze che coincidono troppo bene. È nelle storie che trovano il modo di tornare da te, quando meno te lo aspetti.
E allora capisci che sì…
Non sei stato tu a scegliere.
È stata la magia.

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